Alicante e Benidorm – la Costa Blanca ad agosto

Una vacanza estiva decisa e organizzata last minute, partendo dall’acquisto alla cieca di un biglietto aereo andata/ritorno per Alicante. Prima di questo viaggio infatti la Costa Blanca era per me un luogo del tutto etereo, posizionato in un punto non ben identificato della costa spagnola.
Il programma, molto nel mio stile, è itinerante: prevede due giorni ad Alicante, spostarsi verso Benidorm, fermandosi due notti a L’Albir, e tornare al punto di partenza per l’ultima giornata. I due hotel ad Alicante sono stati scelti strategicamente ai lati opposti della città, per favorire l’esplorazione di aree diverse con comodo pit stop.

Giorno 1 Arrivo e serata ad Alicante

Il mio arrivo, con volo da Bologna, è nel tardo pomeriggio. Lo spostamento in taxi verso il centro dura circa un quarto d’ora e costa 23€.

Ovviamente, data la stanchezza, l’unica experience della serata è smarcare dalla lista la cena a base di Paella e Sangria e approfittarne per fare un breve giro di acclimatamento e presa delle misure. Ancora una volta la preparazione del più celebre piatto iberico non mi soddisfa pienamente.

Uscendo in strada, la prima cosa che mi ammalia sono i balconi, in quello che per me è il vero stile spagnolo, nei quali riconosco la mia amata Barcellona. Intendo quei balconcini stretti, con le ringhiere nerissime che spiccano sui muri di grandi mattoni color sabbia. E i palazzi, così decadenti, che non piacerebbero mai agli amanti del Trentino Alto Adige, ma che io adoro. Le porte finestre spalancate e un senso del godersi la vita, col caldo che entra, senza ricercare l’ordine e la perfezione.

La mappa di Alicante è molto semplice e voglio spiegarvela come una torta a strati. C’è il mare, la celeberrima promenade Explanada che lo costeggia tutto, un goloso ripieno di vicoletti a griglia, poi lo stradone che taglia la città dal castello alla grossa rotonda d Luceros, e, per finire, ancora una manciata di isolati in pendenza, prima della collina che cinge la città. Noi alloggiavamo proprio in questa ultima fila di edifici.

Dopo un veloce giro esplorativo fino al mare, si torna in camera, con la curiosità di chi non aveva molte aspettative, ma si sta ricredendo. Alicante 1 Alessandra 0.


Giorno 2 Isola di Tabarca

Sull’onda del chill-out spagnolo la sveglia è impostata tardi per andare a fare colazione al bar e successivamente imbarcarsi sul traghettino per l’Isola di Nuova Tabarca.

Per chi ama le colazioni abbondanti la scelta non manca. La città è abituata a svegliarsi tardissimo, quindi si trovano veri e propri brunch a base di toast, frutta e yogurt pieni di aggiunte fantasiose. Io mi attengo al mio classico, indovinate?.. cappuccino e brioches, mentre il mio accompagnatore, che da qui in poi chiameró per comodità Signor F, gozzoviglia con una bowl gigante di yogurt, frutta e topping vari.

Con la pancia piena, troviamo l’imbarco per la minuscola isola, nel porticciolo che si trova di fronte all’iconica promenade. Il tragitto dura circa mezz’ora. La storia del luogo, chiamato Nuova Tabarca, è intrecciata indissolubilmente con quella di Genova. L’isolotto fu infatti abitato dai nobili genovesi fuggiti dalla colonia di Tabarca in Africa e, per questo motivo, gli abitanti ancora oggi conservano i tipici cognomi dei miei concittadini (ad esempio Parodi) o versioni spagnole degli stessi.

Con il caldo di agosto il primo istinto è quello di cercare una striscia di sabbia qualsiasi dove togliersi i vestiti e buttarsi in acqua. Vicino al porto, se così lo possiamo chiamare, si troverebbe già uno spiaggione, che, però, é stracolmo di persone. La mia impressione è stata che Nuova Tabarca sia il luogo dove le famiglie di Alicante si recano nel weekend.

Spaventati dalla folla, rimandiamo il bagno e oltrepassiamo il portale di ingresso colonico, accedendo così al vero e proprio villaggio, per esplorarlo.
Nella sua semplicità il luogo restituisce una certa freschezza. Poche file di casette con tende colorate svolazzanti e persiane celesti. Solo una chiesa fortificata, qualche localino dove mangiare e dei negozietti di artigianato dove acquistare dei souvenir.

Superato il paesino troviamo finalmente il sacro Graal: un’ultima lingua di terra dove spiaggiarci, più deserta, perché è raggiungibile solo immergendosi in acqua. Le borse vanno tenute in alto, facendo attenzione a non cadere, mentre si effettua uno slalom tra le rocce scivolose. Se avete delle scarpette da corallo questa è la vacanza giusta per rispolverarle.

Per chiudere il pomeriggio, facciamo una passeggiata fino al capo opposto dell’isola, caratterizzato da una vegetazione brulla, dove si trovano il faro, il cimitero e qualche spiaggia di sassi.

Nonostante per patriottismo zeneize dovrei caldeggiarla, quest’isola in estate ve la sconsiglio. Infatti, per via delle sue ridotte dimensioni i troppi avventori le fanno perdere qualsiasi livello di attrattiva. Proprio per questo motivo state attenti a raggiungere con un po’ di anticipo il molo per prendere il traghetto di ritorno, o rischierete di rimanere a terra.

La sera mangiamo da El buen comer, un ristorante nei vicoli colmi di gente e questa è la seconda caratteristica che mi colpisce di Alicante: il suo centro è molto allargato. Probabilmente su Google Maps, l’intera città appare come “area molto frequentata”. Camminando in questo reticolo la folla non accenna mai a diminuire, anzi, dietro ogni angolo, pare aumentare sempre di più.


Giorno 3 – Spiaggia e Castello

Il terzo giorno è finalmente dedicato all’esplorazione di Alicante, o almeno questo è il programma iniziale. Si parte da una passeggiata, questa volta fino alle spiagge, dove, senza pensarci troppo, buttiamo i teli sulla sabbia e proviamo a fare il bagno. L’acqua è molto simile a quella di Rimini – mi spiace per i romagnoli, ma non è un punto a favore -.
Informazione utile: in zona sono presenti distributori pubblici di acqua. A mio parere il gusto è molto strano, ma per il Signor F è soddisfacente, quindi a voi la scelta se provarla o meno.

Spaparanzata al sole mentre qualcuno sonnecchia beato accanto a me, è ancora una volta un particolare architettonico ad attirare la mia attenzione: i palazzi dietro alle spiaggione sono completamente fuori contesto, ma proprio per questo mi incantano. Un’unica fila di mini grattacieli, su cui risaltano le tende da sole dai colori sgargianti.

Verso l’ora di pranzo, nonostante le nuvole non promettano nulla di buono, proviamo a salire al castello, dapprima tramite il comodo ascensore dietro alla spiaggia, che è rotto, e successivamente con il bus, che non arriva mai. Decidiamo quindi di rinunciare e fermarci in un fast food, per via della pioggia in arrivo. Dopo una lunga sosta in hotel, conciliata dal tempo uggioso, rimaniamo nei paraggi, raggiungendo la vicina via dello shopping e riparandoci, finché il temporale non ci da tregua, al Cort Ingles, un gran classico in Spagna.

Ed ecco che, con il tram (due fermate da Luceros) e venti minuti di strada a piedi in salita, che il Signor F, originario della pianura padana, soffre un pochino, conquistiamo finalmente il castello. Lo giriamo in lungo e in largo, godendoci la golden hour. Col senno di poi è stata una fortuna non riuscire a visitarlo all’ora di pranzo perché il tramonto da lassù vale davvero la pena.

Un piccolo consiglio: cercate la torretta al primo piano anziché quella sulla terrazza sulla cima, dove è pieno di gente in coda per fotografarsi e la vista è indubbiamente peggiore.

Rientrati a piedi tramite una scorciatoia, che arriva diretta sulla via Alfonso X El Sabio, e con gli occhi pieni di cose belle, non resta che cenare. Troviamo un ristorante sudamericano di carne, che è, a mio dire, perfetto. Da diesci. Luce soffusa, atmosfera rilassante e tagliate di carne morbide e gustose. Provo esattamente la sensazione di quando si ha fame di qualcosa di particolare, si sceglie un posto ed è tutto come immaginavi. Il ristorante si chiama Cabana Grill.


Giorno 4 – Rotolando verso nord

Con il quarto giorno inizia il vero e proprio road trip in macchina. In questo caso si tratta di tappe molto brevi rispetto ai miei standard, la prima sosta è infatti  La Vila Giojosa a mezz’ora da Alicante.

Il borgo è coloratissimo. Noi parcheggiamo alla sommità del paese, senza saperlo, e ci tuffiamo nei vicoli. Nessuno dei due ha cercato molte informazioni sul posto, inizia così la nostra lunga discesa fino al mare, incontrando un inaspettato crescendo di colori. La Vila Giojosa si rivela una meta particolare e fotogenica, nella quale fare una sosta in occasione di un tour della Costa Blanca. Con il senno di poi, non è un luogo nel mondo che mi è rimasto nel cuore e questo è abbastanza anomalo. Sulla carta mi trovavo in vacanza, con una persona con cui stavo benissimo, in totale relax, in una cittadina variopinta, io che mi entusiasmo in ogni posto nuovo, eppure nulla. Per carità, bello esteticamente, perfetto per un piccolo book fotografico, però non ha lasciato in me alcuna impronta a livello emotivo. Ma tornando a noi, dopo una ripidissima risalita, che ancora una volta “sa briga” al Signor F, ci rimettiamo in macchina verso Benidorm.

L’intento è quello di pranzare e fare un giretto senza fretta, ma, al sedicesimo giro in macchina, ci rendiamo conto che è decisamente più facile trovare parcheggio in Corso Italia a Genova in una domenica di sole. Scoviamo infine un silos e iniziamo il giro dalla cosiddetta Old Town, tra negozi turistici e comitive di giovani avventori, che hanno l’aria di chi ha fatto le ore piccole. Anche il pranzo non è un granché, in un classico locale turistico, passatemi la ripetizione.

Possiamo ora, con un po’ di curiosità, raggiungere il letto che ci ospiterà per la notte, a L’Albir, subito oltre il promontorio che delimita la caotica Benidorm. Al contrario, l’albergo si trova in un tranquillissimo quartiere residenziale, leggermente collinare, e si compone di tante villette a due piani disposte intorno a un’area con piscina. Abbiamo persino un box dedicato per non dover cercare parcheggio. La proprietaria è gentilissima, ci dà qualche dritta e ci racconta la storia della struttura, mentre ci mostra il nostro alloggio: un piccolo appartamento con bagno, camera, salottino e cucina, dove non manca il necessario per rispondere a una esigenza fondamentale per me e il Signor F.: il caffè.

Per sfruttare il pomeriggio ci si presentano due alternative, entrambe consigliate dalla proprietaria del residence: riscendere a Sud e percorrere la passeggiata che, dal quartiere dove alloggiamo, porta al faro con vista o risalire ad esplorare l’area verso nord. Visto il cielo grigio e minaccioso, scegliamo la seconda opzione che ci porta ad Altea, distante un quarto d’ora.

Parcheggiamo nella parte bassa del paese, adiacente al litorale; è infatti l’ora perfetta per un bel gelatone, concesso al signor F perché so che i suoi polpacci padani a breve dovranno affrontare la vertiginosa salita fino al vero e proprio centro storico. Altea “alta” mi piace fin da subito, perché mi fa ritrovare finalmente la vera Spagna e le vibes da Mediterraneo. Il paesino è completamente bianco, pieno di botteghe di artigianato, persone in ferie e bouganvillea che ornano i muri idilliaci. Al centro la chiesa principale, che, con il suo tetto di maioliche blu, spicca sul colore latteo del paese. Per farvela breve, come conformazione, Altea potrebbe ricordare Bergamo alta dopo il passaggio di un imbianchino.

Tornati a casa, é il momento di un po’ di relax in piscina e di tirarci a lucido per la serata. Non sono neppure passati tre giorni e abbiamo già voglia di mangiare italiano! Troviamo un locale nelle vicinanze con ottime recensioni; non a caso la proprietaria è una compatriota e si sente che le tagliatelle sono fatte a mano. Nasce qui una faida sul modo di mangiare la pasta alle vongole sulla quale vi chiedo di intervenire dicendo la vostra (anche se, da persona nata sul mare, mi sembra che la mia opinione possa già contare qualcosa): secondo il Signor F le vongole non vanno sgusciate e mischiate alla pasta, bensì succhiate una a una dal guscio, come fossero ostriche, e la pasta mangiata poi separatamente…a voi l’ardua sentenza. Intanto la padrona del locale ci prende a cuore e ci racconta la sua vita. Ha vissuto in giro per il mondo in quanto è cresciuta in una delle più famose famiglie del circo italiano. Io, ahimè, non sono il tipo che attacca bottone con gli estranei, ma mi piace molto poter approfittare di chi, invece, ha questa “vocazione” e, per interposta persona, come in questo caso, interagire con la gente e conoscere la loro storia.

Dopo cena, prima di risalire la collina verso il residence, ci fermiamo a fare un giro tra le bancarelle a L’Albir e acquistiamo una collanina con tanti piccoli cuoricini, esattamente come la cercavo da tempo. L’Albir è, a conti fatti, una località per famiglie, dove uscire la sera, cenare e fare una passeggiatina rilassante sul lungomare.


Siamo nel cuore di agosto e io, da eterna romantica, non posso esimermi, una volta tornati a casa, dall’insistere per raggiungere il tetto dell’alloggio e fruire delle sdraio per osservare le stelle cadenti, cosa che amo, anche se, negli ultimi anni, non sono stata così fortunata. Ricorderò sempre una notte in montagna, nel buio totale, senza nubi né bagliore della luna, in cui ho avvistato così tante stelle e così grandi che sembravano quasi i fuochi d’artificio quando scatta la mezzanotte a Capodanno.

È quindi l’ora di abbandonarsi nel letto, senza piani per il giorno seguente, modalità tipica del Signor F, dal quale mi lascio contagiare.


Giorno 5 – Calp e Fuentes d’Algar

Il quinto giorno inizia pigramente. Sfruttando il mini-terrazzino al piano strada dell’appartamento, beviamo un caffè in totale pace interiore. Il senso di relax è ingigantito dai costumi e i teli, stesi ad asciugare dal giorno prima, che gridano a gran voce la parola “vacanza”. Dopo questo momento sacro ci prepariamo e lasciamo il residence con l’intenzione di non rientrare prima del tardo pomeriggio.

La prima tappa sarà Calp, non solo perché ci è stato suggerito, ma soprattutto perché è dotata di un bar con una caratteristica specifica: offre un brunch per inglesi in ferie a base di uova alla Benedict.
Scopriamo che la strada litoranea per raggiungerla è bellissima: oltre ad essere accompagnata dal mare, è ricca di scorci interessanti, costoni di roccia e grotte. Mi ricorda il tragitto Monfalcone-Trieste.

La seconda colazione ci soddisfa, ma dura più del dovuto, quindi utilizziamo il poco tempo rimanente prima di ripartire, per stenderci sotto il sole cocente di metà giornata. Se – spoiler- Benidorm, dove torneremo, può sembrare Miami Beach per via dei suoi grattacieli (agli occhi di chi a Miami Beach non c’è mai stato), anche il litorale di Calp può ricordare (a chi non è mai stato in Brasile) la spiaggia di San Paolo, grazie allo scoglio-montagnetta che la delimita.

Ed é già l’ora di accomiatarci da Calp e dirigerci verso un’altra meta: le Fuentes d’Algar. Di questo luogo e dell’increscioso episodio della perdita del costume potreste già sapere qualcosa, se avete letto l’articolo relativo alle nuove cose fatte nel 2024. Prima di raggiungere questi laghetti naturali, facciamo una mini sosta per dare una veloce occhiata alla chiesa russa San Michel Arcangel, tutta in legno, che non vi consiglio.

Guidiamo tra le colline dell’entroterra verso quello che sembra un luogo sperduto, senza incontrare anima viva, e, invece, una volta arrivati… ci troviamo davanti a un’organizzazione turistica impeccabile: parcheggiatori dotati di radioline, biglietteria e una folla di gente in fila. L’ingresso è a turni di durata limitata, quindi paghiamo il biglietto e uccidiamo l’attesa giocando a Cirulla (se non siete genovesi vi lascio di seguito le regole di questo fantastico gioco di carte).

le regole base di questo gioco sono quelle dell Scopa, con alcune varianti. A inizio partita se la somma delle carte sul tavolo è 15 la persona che dà le carte le prende tutte, mettendone una come scopa. Se la somma delle carte iniziali è 30 invece prende tutto segnandosi due scope. Per prendere è possibile anche utilizzare una carta che sommata a quella sul tavolo faccia quindici (es. il Sei può prendere la Donna e viceversa, il Cinque il Re e così via). L’Asso prende tutto, a meno che sul tavolo non sia presente un altro Asso.  Ogni turno è possibile per i giocatori avere in mano una Cirulla o un Decino. La Cirulla si ha quando in mano le carte sommate danno un risultato uguale o inferiore a nove. In questo caso, quando è il suo turno, il giocatore deve dichiarare Cirulla, scoprire le carte che ha in mano, che rimarranno visibili per tutto il turno, e potrà girare tre scope dal mazzo di carte raccimulato. Il Decino si ha quando in mano si hanno tre carte uguali. Anche in questo caso il giocatore scopre le carte e al momento del calcolo dei punti avrà dieci punti in più. Il Sette di Cuori è una carta jolly: sia all’inizio, sia per la Cirulla e il Decino questa carta può essere trasformata in ciò che si vuole. In tal caso manterrà il valore scelto. Calcolo dei punti: i punti si calcolano come a scopa, anche in queato caso con alcune aggiunte. Se si hanno Jack, Donna e Re di Denari si ha la cosiddetta “Grande” che vale 5 punti. Se si hanno 1, 2 e 3 di Denari si ha la “Piccola”, che vale 3 punti. In caso oltre all’1,2 e 3 si abbia anche il 4 sono quattro punti, il 4 e il 5 sono cinque punti, e così via fino al 7. Se durante la partita non si è presa neppure una carta di Denari si perde a tavolino.

Finalmente -dotati di un braccialetto colorato, che identifica il turno di accesso e aiuta i controllori a individuare e scacciare eventuali avventori rimasti più del dovuto- ci vengono aperti i cancelli per raggiungere le vere e proprie fuentes. Si tratta del corso di un fiume, che forma cascatelle e laghetti. Anche in questo caso le scarpette da corallo potrebbero venirvi bene. Tra ragazzini che si tuffano e persone che si scattano foto, io scelgo di riposarmi in un punto dove si è creata una piccola spiaggetta di sassi, mentre il Signor F parte in esplorazione. Decidiamo poi di provare a risalire il fiume insieme per un tratto, lasciando i nostri averi nascosti tra le rocce. E’ qui che capita l’imbarazzante incidente di cui potete leggere qui: Le mie “prime volte” del 2024.

Torniamo a L’Albir tramite un percorso ad anello. Nonostante l’acqua di fiume lasci la pelle pulitissima, una volta rincasati, non rinunciamo a una seconda doccia e, nel mentre, decidiamo di cenare a base di tapas a L’Albir.

Dopo aver mangiato, visto che ci sentiamo giovani, raggiungiamo in auto Benidorm, dove iniziamo con una passeggiatina digestiva nella zona della Playa de Llevant, ovvero la notoria spiaggia incorniciata da una fila di grattacieli, di cui ho accennato prima. Per continuare la serata, ci mettiamo alla ricerca di un locale, evitando quelli frequentati da potenziali concorrenti del Jersey Shore. Trovato il giusto pub, ci mischiamo a ballare con gli avventori, di maggioranza  britannica, compresa una signora di almeno ottanta anni, che molleggia a centro pista con il suo bicchierozzo di birra in mano e l’aria di chi non ha nessuna preoccupazione al mondo.

Assaggio della notoria movida di Benidorm, check! Ora ci meritiamo il letto.


Giorno 6 – Elche e ritorno ad Alicante

Un mio modus operandi durante i viaggi, che, forse, a qualcuno sembrerà un po’ da principessina, è cercare degli hotel con piscina, in modo tale da sfruttarla l’ultimo giorno tra il check out e l’orario di effettiva partenza. Io sono convinta che un buon mix per un viaggio preveda anche del sano comfort.

Ci svegliamo quindi con calma, chiudiamo le valigie e ci appollaiamo su due lettini, a prendere il sole tra tuffi e nuotate, finché lo stomaco comincia a brontolare e ci obbliga ad abbandonare l’ozio per reperire del cibo. Raccimolate delle vettovaglie, parcheggiamo e ci godiamo il pranzetto: empanadas del supermercato e panini, assemblati tagliando il pane con le mani e aggiungendo salumi e formaggio dalla vaschetta di plastica. Mi pare di aver persino mangiato un budino direttamente dal vasetto senza cucchiaino (e senza neppure alcuna dignità).

Dal titolo di questo paragrafo avrete intuito quale è la vera prima meta turistica di questo sesto giorno: Elche, luogo famoso per il suo palmeto, patrimonio dell’Unesco. La cittadella si trova a un’ora di macchina da L’Albir in direzione sud. Utilizzando la strada nell’entroterra, bypassando Alicante, dove torneremo la sera, giungiamo alla nostra destinazione del pomeriggio. Parcheggiamo e ci inoltriamo subito ne El Palmeral, per scoprire che si tratta di un banale parchetto cittadino con delle palme. La visuale dall’alto, scendendo l’ultima collina prima di arrivare a Elche, crea un’illusione ottica per la quale le palme sembrano molte di più. Per correttezza segnalo che abbiamo visitato solo la zona del Parc Municipal e non quella del Parc de Transit. Anche il paesino è molto deludente.

Demotivati dalla scelta poco azzeccata, ci rimettiamo in marcia verso la costa, per poi immetterci nella strada litoranea verso nord, che ci ricondurrà ad Alicante. Prima di rientrare, non può mancare una rapida rivincita a Cirulla su una spiaggia di passaggio. Arrivati in città, scarichiamo i bagagli nel nuovo hotel, passiamo a lasciare l’auto all’autonoleggio e prendiamo il bus nuovamente verso l’albergo, che, questa volta, si trova nei primi strati della “torta”, vicinissimo alle spiagge.
Inutile dire che è il momento di un po’ di sacro? …relax! L’hotel è un po’ chic e noi, dopo tutta la giornata in giro, approdiamo con l’aspetto di due reduci sfatti e maleodoranti. Quando usciamo, passando di nuovo davanti alla reception dopo il riposo e la doccia, siamo due persone irriconoscibili.

Giriamo per il centro con la familiarità di due locals e, per cena, optiamo per il miglior kebab che io abbia mai mangiato, seduti banalmente su una panchina. Amo i momenti così semplici, fatti seguendo solo ciò di cui si ha o non si ha voglia. Sembra assurdo, ma ho un ricordo più bello di quei minuti passati a mangiare e chiacchierare su una panchina in mezzo alla via, con un signore pazzo che ogni tanto ci importunava, piuttosto che dell’esplorazione dell’instagrammabile e coloratissima La Vila Giojosa. Una canzone di James Blunt dice “People like us, we don’t, need that much just some..” e ogni volta che la ascolto penso alla capacità di apprezzare davvero le cose autentiche, senza bisogno di più di quello che si ha.

Racconterò ora un secondo episodio già citato nel suddetto articolo sulle nuove cose fatte nel 2024: la mia prima volta al Casinò. In possesso di un buono per “ingresso e bevuta” regalato dall’hotel, darci alla ludopatia ci sembra un’ottima attività per finire la serata. Il Casinò si trova in fondo alla colorata promenade, simbolo della città, e a pochi minuti dal nostro albergo. Entrando provo una grande delusione: mi aspettavo grandi saloni e sfarzo da Las Vegas, mio unico riferimento visivo di un Casinó…e invece, l’interno sembra il tabacchino vicino a casa mia. Un bancone di un bar, qualche sgabello, delle slot machine e pochi tavoli per giocare. Noi ci sistemiamo in una postazione per la roulette automatica e ci diamo un budget di giocata. Puntiamo poco alla volta e vediamo i nostri guadagni salire e scendere. Non ingraniamo subito, ma, dopo poco tempo (o così ci sembra), troviamo un nostro metodo che funziona e la vincita inizia a salire. Guardiamo l’orologio e ci rendiamo conto che è piena notte e le ore sono volate. Grazie all’adrenalina del gioco, non siamo per niente stanchi, non sembriamo neppure gli stessi che le sere prima dormivano in piedi prima delle dieci. Incassiamo la vincita  e torniamo in albergo, fantasticando su come spenderemo questo nostro bottino di 50 euro.


Giorno 7 – Ultimo giorno ad Alicante

Il programma di oggi prevede solo defaticamento in attesa del rientro in Italia in serata. Si inizia con un’eroica sveglia tardi, una impegnativa colazione al bar, un faticosissimo giretto in centro alla ricerca di souvenir e il pomeriggio in spiaggia (la spiaggia stanca, lo sanno tutti!).

Sarei bugiarda se vi dicessi che ho ricordi vividi della giornata, perciò, per vostra fortuna, quest’ultima parte di articolo sarà brevissima.

A metà pomeriggio rientriamo in hotel dove ci sistemiamo e, con tutta calma,  saliamo sul rooftop per un aperitivo. L’hotel è dotato di una mini piscina a sfioro che sovrasta il panorama dei tetti di Alicante, della quale finiamo per sfruttare solo la vista. Ci concediamo quindi un cocktail, spizzichiamo del cibo e torniamo in camera per chiudere le valige, questa volta definitivamente.

Raggiungiamo l’aeroporto in bus, con il Signor F che si addormenta con la bavetta non appena toccato il sedile (beati quelli che nascono con il potere di schiacciare un pisolino ricaricante ovunque e comunque!!). Arriviamo al terminal, dove la grande facciata a specchio, tinta del viola del tramonto, ci saluta a nome di Alicante e della Costa Blanca.

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